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| Set 24, 2025

Perché nella sostenibilità conta l’etica, non (solo) i valori

Abstract

Il paradosso della sostenibilità contemporanea è sotto gli occhi di tutti: mentre crescono esponenzialmente le dichiarazioni di impegno ambientale e sociale, i dati globali continuano a peggiorare su entrambi i fronti.

Vittoria Poggi, Editor 4cLegal

Il paradosso della sostenibilità contemporanea è sotto gli occhi di tutti: mentre crescono esponenzialmente le dichiarazioni di impegno ambientale e sociale, i dati globali continuano a peggiorare su entrambi i fronti. Non si tratta di una semplice incongruenza tra intenzioni e risultati, ma di un problema più profondo. La moltiplicazione di mission statement, valori aziendali e programmi di responsabilità ha creato un ecosistema comunicativo che spesso si sostituisce all’azione concreta. Dietro questa dinamica si nasconde una confusione concettuale fondamentale: aver costruito il discorso della sostenibilità sui valori anziché sull’etica, privilegiando l’autorappresentazione rispetto alla misura oggettiva del giusto.

I valori appartengono al dominio dell’identità. Li scegliamo, li cambiamo, li adattiamo secondo convenienza o pressioni di mercato. Sono dichiarazioni autoreferenziali: raccontano chi siamo o, più spesso, chi vorremmo apparire. Una multinazionale del petrolio può sinceramente inserire “tutela dell’ambiente” tra i suoi valori fondanti, ma questo non modifica il fatto che il suo business model resti incompatibile con la stabilità climatica. I valori sono flessibili per natura, si piegano alle circostanze, si adattano agli interessi. E va bene così: sono strumenti di identità, non di giudizio.

L’etica funziona secondo logiche diverse. Mentre i valori li scegliamo, l’etica ci precede. Essa è quel complesso di principi che l’umanità ha costruito per distinguere il giusto dall’ingiusto (e non il conveniente dal non conveniente). Quando parliamo di responsabilità intergenerazionale, di equità distributiva, di rispetto dei limiti planetari, non esprimiamo preferenze soggettive ma riconosciamo principi che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. Acquisizioni collettive che derivano dalla nostra esperienza condivisa di abitanti di un mondo finito e interconnesso.

L’etica introduce una dimensione di vincolo oggettivo, imponendo il confronto con criteri esterni e non negoziabili. Non consente l’autodefinizione di cosa costituisca il “giusto” né permette modifiche ai parametri di valutazione in corso d’opera. Se un’azione produce danni ambientali, la sua legittimità etica non dipende dalla coerenza con i valori dichiarati dall’attore: resta eticamente inappropriata indipendentemente dalle giustificazioni interne.

Questa differenza produce effetti concreti sulla strutturazione delle pratiche sostenibili. Un approccio fondato sui valori, quando si limita alle dichiarazioni generiche, rischia di mantenere il discorso in una dimensione vaga e retorica. Le certificazioni e i rating, pur riflettendo spesso logiche valoriali specifiche, svolgono tuttavia una funzione importante: contribuiscono a creare un linguaggio comune e oggettivo che consente di superare la genericità delle dichiarazioni di principio. Questa oggettivazione del discorso si rivela alleata dell’approccio etico, il quale tende di per sé verso criteri condivisi e verificabili.

Il rapporto tra dimensione particolare e universale nella sostenibilità rivela così una dinamica complessa: mentre i valori rispondono agli interessi e alle specificità di ciascun player, l’orientamento etico spinge verso principi che riguardano l’intera comunità umana. Questo movimento comporta una trasformazione del criterio di legittimazione: dall’autoreferenzialità alla responsabilità, dalla coerenza interna alla conformità a standard condivisi, dall’efficacia comunicativa all’efficacia trasformativa.

I valori restano importanti per motivare e creare identità, ma non possono sostituirsi all’etica come metro di giudizio dell’agire sostenibile. L’etica, con la sua pretesa di universalità, offre gli strumenti per costruire pratiche che vadano oltre l’autorappresentazione per confrontarsi con la realtà delle sfide condivise. La sostenibilità autentica inizia quando smettiamo di chiederci “questo è coerente con i nostri valori?” per chiederci, molto più semplicemente, “questo è giusto?“.

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